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SetteVite


domenica, aprile 27, 2008
 

L'AQUILA

Il maestoso pennuto stava appoggiato sullo sperone di roccia a picco sulla valle. Da là si vedeva il panorama meglio che da qualsiasi altro posto. L'aquila era abituata starsene da sola, anche se apprezzava di quando in quando la compagnia di altri pennuti suoi simili. Non che accadesse spesso, ma quando si verificava l'eventualità, si trattava sempre di periodi in cui la compagnia del nuovo arrivato era così continuativa e intensa da creare una sintonia perfetta, un'armonia speciale.

Per la verità non si trattava di amicizie, le aquile non hanno amici, era più una sorta di training perchè all'aquila piaceva insegnare a volare agli aquilotti, magari migliorando il volo di quelli già cresciuti, inducendoli a credere in se stessi, convincendoli che avrebbero potuto volare bene come lei e anche meglio, senza grossi sforzi.

L'aquila era sempre molto divertita dall'ammirazione che suscitava negli altri pennuti, chissà perchè ai loro occhi appariva così sicura e perfetta, mentre in realtà era un animale come tutti gli altri, con tutti i limiti e i difetti del caso. Se il suo volo dal basso appariva magico e regale, era solo perchè controluce nessuno poteva notare le penne un po' sciupate, il bianco del collo meno candido, le zampe più rugose di quello che si sarebbe immaginato. Certo, stagliata nella luce del tramonto, sembrava l'essere più sicuro del pianeta, temuta dai nemici, rispettata dagli altri, ma nessuno conosceva davvero i suoi pensieri.

I suoi aquilotti volavano lontano e lei spesso non ne sapeva più nulla, anche se dentro di sè era certa che niente avrebbe mai più impedito loro di volare alto. Questo pensiero la confortava e le bastava. Non aveva bisogno di affezionarsi, sapeva per esperienza che gli aquilotti non sarebbero rimasti, che erano destinati ad altri cieli e per quanto il rapporto che si creava con loro fosse spesso così speciale da somigliare a un sentimento, l'aquila sapeva che si trattava di altro. Spesso riconoscenza, talvolta complicità, raramente affetto, ma era transitorio e l'aquila aveva imparato da tempo a non confondere l'entusiasmo e la ritrovata fiducia dei suoi allievi con l'amicizia.

Li accompagnava, li guidava, li esortava talvolta fino a strapazzarli se tentennavano, se la fiducia in se stessi veniva meno, dava loro dei gran colpi di becco se li trovava a piangersi addosso e li spingeva giù dal dirupo perchè fossero obbligati a spiegare le ali e convincersi di saper volare. Non aveva nemmeno un fallimento da rimproverarsi. Tutti i suoi aquilotti, chi più chi meno, volavano, e volavano alla grande. Qualcuno si era accontentato di piccoli cieli, altri viaggiavano convinti verso grandi orizzonti, ma tutti senza eccezioni si libravano dominando la forza di gravità con maestria e questa era la soddisfazione più grande per l'aquila.

Sovente, appena prima della sera, si poteva scorgere il profilo dell'aquila stagliato contro il cielo arancio, immobile sullo sperone di roccia a scrutare chissà cosa. Controlla il territorio, pensava qualcuno, aspetta le prede, sostenevano altri, si riposa, concludeva qualcun'altro. Nessuno immaginava che l'aquila ,da lassù, stava semplicemendo cercando il prossimo aquilotto in difficoltà da prendere sotto la sua grande ala per il tempo che sarebbe stato necessario.

L'aquila era sola e sola sarebbe rimasta fino alla fine, non si aspettava nè chiedeva niente in cambio.Nessuno dei suoi aquilotti sarebbe venuto in suo aiuto quando fosse stata vecchia e malata ma questo era un pensiero che non la turbava. Non avrebbe sopportato comunque la pietà degli altri. Lei era l'aquila e volava alto sopra tuttto e tutti e nessuno conosceva davvero i suoi pensieri.

 

graffiato da GattaSofia | 01:18 | commenti | Torna su